Da collina dei sogni a simbolo dell’oblio. Il San Martino muore tra incuria e disinteresse
Domenica 09 Settembre 2012 Pochi uffici aperti al pubblico in mezzo a edifici in rovina, sterpaglie e degrado diffuso Mura scrostate. Padiglioni fatiscenti. Interi edifici abbandonati a se stessi. Persiane distrutte. Ovunque, segni di incuria. Doveva essere il futuro. È rimasto l’emblema del passato. L’area dell’ex ospedale psichiatrico San Martino ospita oggi diversi uffici dell’Asl di Como e sportelli di indubbia importanza, come la sede del “Telefono donna”. Il complesso di via Castelnuovo è inoltre meta di decine di giovani musicisti lariani, che lo raggiungono per usufruire di una sala prove. Nel parco dell’ex manicomio, poi, sorge un hospice per pazienti affetti da malattie non più guaribili. L’area dell’hospice, così come la sezione di parco nelle sue immediate adiacenze, è in condizioni ottimali. Ovunque, dove le strutture dell’ex manicomio sono state adibite a una nuova funzione, i segni dell’incuria sono meno appariscenti. Tutto intorno, però, regna il degrado. Già all’ingresso del San Martino, agli occhi del visitatore appaiono le indicazioni per gli uffici dell’Asl. Una strada asfaltata, sulla sinistra, conduce agli sportelli della medicina sportiva e dell’assistenza farmaceutica. Dire che quella strada è dissestata è meno che un eufemismo. I mezzi in transito sobbalzano sulle crepe e sulle sconnessioni. Subito, sulla destra, ci si imbatte in un edificio completamente abbandonato. Le mura sono scrostate. Intorno alla palazzina, ogni tipo di immondizia. L’accesso alla parte posteriore della palazzina dovrebbe essere impedito da due cancelli di ferro, uno per ogni lato. Ma accanto a quei cancelli manca la recinzione: chiunque può aggirarli senza il minimo sforzo. Poco oltre, sulla stessa strada, tra le sterpaglie si intravede un altro edificio, più piccolo. Il profilo è quasi completamente nascosto da arbusti e sterpaglie, che lo hanno divorato. Inferriate alle finestre, ma vetri inesistenti. È evidente che da anni nessuno vi mette piede. Altri trenta metri, lungo la stessa strada sconquassata. Sulla destra, ecco l’innesto di una via sterrata. Conduce a un altro padiglione del parco. L’intera struttura ha un aspetto a dir poco decadente. I soliti muri scrostati e le solite finestre in pessime condizioni. Con l’aggiunta, qui, di pareti esterne talmente rovinate da mostrare i mattoni. In un punto, mancano perfino quelli. Si vede senza difficoltà l’interno della costruzione. Ospita assi di legno e sacchi di materiale, accumulati ovunque. Sullo sfondo, è impossibile non notare la facciata di un altro immobile. Con il corredo di finestre rovinate e persiane che per la maggior parte appaiono semidistrutte. La strada conduce a un altro ampio padiglione, che offre una sede agli sportelli dell’Asl: il primo è l’assistenza farmaceutica. Sull’altro lato della strada che costeggia questo edificio spunta l’ambulatorio di medicina sportiva. Poco distante da questi sportelli, in settori non aperti al pubblico, di nuovo si insinua un panorama di macerie accumulate. Più il là, in mezzo alla strada ci si imbatte in una sorta di garitta che ricorda le postazioni di guardia all’ingresso dei palazzi reali. Poi una lunga serie di porte chiuse e finestre sprangate. Metri e metri di un’unica, grigia facciata. Nessuna traccia di presenza umana. Nessuna insegna che permetta di comprendere che cosa sia conservato all’interno. Soltanto un messaggio, riproposto a intervalli regolari da apposite indicazioni: zona sorvegliata. All’angolo del corpo centrale è segnalata la presenza della sala prove San Martino. Pochi passi ancora e si raggiunge l’ala principale, che accoglie gli uffici dell’Asl: i consultori familiari, il dipartimento di prevenzione medica e il servizio anziani e disabili. All’ingresso troneggia il logo della Regione Lombardia. Più sotto, l’indicazione “Asl–Como”. I sentieri della zona di parco che si estende davanti a questo reparto sono stretti e abbandonati all’incuria. Rovi e sterpi li rendono di fatto impraticabili. Se poi qualcuno volesse riposarsi dopo la lunga passeggiata, troverebbe soltanto una panchina in pietra divelta. La seduta giace a terra, accanto ai sostegni della base. Questa area immensa doveva essere il futuro. È il segno del passato. E, purtroppo, anche del presente. Marco Proserpio
