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Ticino chiama Italia, il paradosso svizzero

Tricolore sì tricolore no Non cala la richiesta di lavoratori d’oltreconfine nonostante il referendum contro gli stranieri Il popolo svizzero, e ticinese soprattutto, si pronuncia in un modo. L’economia sembra però seguire altre strade che portano comunque oltreconfine e all’Italia – non solo nel Comasco – per colmare quei buchi che l’occupazione rossocrociata non riesce a riempire. Il tutto nonostante nello scorso febbraio la Svizzera, e in modo decisamente più netto proprio i “cugini” del Canton Ticino, dissero «sì» alla proposta di limitare l’ingresso degli stranieri. Tetti che, si è scoperto proprio nelle scorse ore, il governo elvetico vuole estendere anche ai frontalieri. Da Chiasso a Lugano fino a Bellinzona, tuttavia, le aziende continuano a cercare manodopera specializzata nel Comasco e in Italia, come conferma Carlo Maderna, responsabile dei frontalieri per la Cisl dei Laghi. «Sinceramente tra prima e dopo il referendum non è cambiato proprio nulla – dice proprio Maderna – I dati in mio possesso parlano settimanalmente della ricerca di persone qualificate oltre confine da parte di imprenditori svizzeri che ne hanno bisogno e che non trovano ciò che cercano in Ticino. Mi chiedono informazioni sulla tassazione e si informano su lavoratori non solo lungo la fascia di confine ma anche oltre, nel resto della Lombardia». Non è ovviamente tutto oro quello che luccica, pur parlando del Canton Ticino e dell’ambito franco svizzero. «Le ricerche di personale riguardano anche lavoratori molto qualificati, con stipendi tra i 70, gli 80 fino ai 100mila franchi. Che, per chi vive in Italia, sono tanti soldi. Detto questo, bisogna ricordare che in Svizzera non esiste il licenziamento per giusta causa, quindi può capitare di essere lasciati a casa senza troppe motivazioni». Ma in fondo la vera notizia, per il responsabile dei frontalieri per la Cisl dei Laghi, è un’altra. Ovvero che, nonostante il referendum, cresce il numero di àmbiti in cui avviene la ricerca di personale. «Di solito i settori in cui venivano ricercati i lavoratori italiani erano l’edilizia e il sanitario – conclude Carlo Maderna – Ora invece c’è molta richiesta anche per il terziario e i servizi in genere. Ed è in questo settore che si creano gli scontri maggiori, perché è soprattutto qui che viene sottratto lavoro ai ticinesi. La realtà però è, oggettivamente, questa». Come a dire, insomma, che un conto è la “pancia” del Ticino che non vuole gli italiani, dall’altra la “testa” dell’economia, che ne ha invece bisogno.

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