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Il monito di Carlo Terragni: «Casa del Fascio come museo? Si ringrazi la Finanza, piuttosto»

Parla il nipote del maestro «Trasformare in un museo la Casa del Fascio? Direi di no, l’edificio è già museo in sé. E chi sogna nuovi utilizzi o nuove destinazioni, prima dovrebbe soprattutto ringraziare la Guardia di finanza che l’ha conservata e gestita bene finora». L’ingegnere Carlo Terragni, nipote dell’architetto Giuseppe, “padre” della Casa del Fascio e di molti altri capolavori, ribadisce un concetto non del tutto isolato in città. Perché se da un lato è vero che esiste un partito che vorrebbe il capolavoro di piazza del Popolo libero dalle fiamme gialle e disponibile per una qualche non meglio precisata funzione artistico-espositiva, dall’altro non manca un nutrito gruppo di scettici su tale prospettiva. «Per utilizzare diversamente la Casa del Fascio – afferma Terragni – bisognerebbe innanzitutto avere un piano finanziario preciso relativo a cosa ci si vorrebbe mettere. E dovrebbe essere un progetto basato su un arco temporale di una decina d’anni, non di meno. E se anche così fosse, io credo che bisognerebbe pensarci bene prima di mandare via la guardia di finanza, alla quale va il merito di aver comunque mantenuto in funzione e in buono stato il monumento». In tema di possibili utilizzi alternativi della Casa del Fascio, nel gennaio 2013 il Lions Club Como lanciò una proposta clamorosa: “ridare” alla città l’edificio, realizzandovi l’ufficio di rappresentanza del sindaco e restituendo al monumento del Razionalismo la funzione originaria di sede del potere del tempo. Un’idea che, addirittura, nel luglio seguente trovò nell’assessore comunale alla Cultura, Luigi Cavadini, una sponda formale. L’esponente della giunta Lucini, infatti, scrisse una lettera al governo – all’epoca era ministro alla Cultura Massimo Bray – per poter ottenere l’edificio libero dai militari. Da allora, a dire il vero, di cosa sia stato risposto da Roma e di quali eventuali altri passi siano stati compiuti da Palazzo Cernezzi non si è più avuta notizia alcuna. Tornando a Carlo Terragni, però, dal punto di vista dell’ingegnere molti altri capolavori razionalisti non versano in condizioni poi così disastrose. «Le case popolari di via Anzani sono tenute discretamente, così come mi pare siano ben curati l’asilo Sant’Elia, il Novocomum e la casa Giuliani Frigerio – afferma il professionista – Il problema, semmai, è mantenere e difendere la memoria di ciò che significano per Como e la sua storia quei monumenti. E, in questo, a mio avviso, qualcosa manca». «Soprattutto in alcuni professionisti giovani – conclude Carlo Terragni – mi pare che manchi uno studio profondo della città e delle sue architetture. E così nascono strutture un po’ casuali, senza un collegamento diretto con le zone della città in cui sorgono e la loro storia. Quando Giuseppe Terragni disegnò la Casa del Fascio passò mesi a studiare quel “pezzo” di Como, e forse la città intera. Anche oggi servirebbe fare così». E.C.

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