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Vincenzo Graziani: “Il mio sogno resta la polizia turistica”

Il capo in congedo Intervista a tutto campo con Vincenzo Graziani, comandante dei vigili dal 1991 La sua è stata una cavalcata lunga quasi un quarto di secolo al comando del corpo dei vigili di Como. Pavese, classe 1950, Vincenzo Graziani ha lasciato l’incarico lo scorso 10 febbraio, congedandosi con il grado di dirigente superiore, l’equivalente di colonnello. Ha lavorato dal 1991 con cinque diversi sindaci, un commissario prefettizio e una schiera di amministratori pubblici. Dalla chiacchierata che segue emergono i cambiamenti di cui è stato testimone e, in qualche caso, protagonista. Di più, esce a tutto tondo la comensità di un “oriundo” che ha imparato a voler bene a questa città e ai suoi abitanti. Con una professionalità mai disgiunta dall’umanità. A breve lavorerà con altri esperti, per volere del presidente della Regione Roberto Maroni, alla riforma della legge sulla polizia locale. Non entra nelle polemiche relative alla sua successione. Il commiato avviene davanti a una maxi-fotografia che, nella sede del “Corriere di Como”, ritrae tutto il comparto della Ticosa, quando la tintostamperia era a pieno regime ed era, a sua volta, una città. Graziani si ferma, estrae di tasca una macchina fotografica digitale e scatta, mormorando tra sé: «Guarda com’eravamo. Dal punto di vista industriale sembra Liverpool». Cominciamo con un ricordo particolare: c’è un provvedimento che le è rimasto più impresso di altri? «Il trasferimento del comando da Palazzo Cernezzi a viale Innocenzo XI. Mi rendo conto che possa far sorridere, ma quella decisione fu traumatica. Nessuno voleva farlo, non l’amministrazione e men che meno gli uomini che dovevano rinunciare alla sede storica. È un provvedimento rimasto senza paternità…». Se dovesse dire com’è cambiata la città, qual è la prima cosa che le verrebbe in mente? «È cambiata sul piano della tranquillità. Quando arrivai, Como era davvero quasi “staccata” dal resto d’Italia, tanto era tranquilla. Non c’era allarme sociale. Da questo punto di vista, era un’enclave di benessere, priva di paura. Nel tempo la città si è trasformata profondamente e oggi ci dobbiamo considerare parte di un tutto». E gli automobilisti, come sono cambiati? «Non ho notato rilevanti cambiamenti. Il comasco non ha una guida nervosa e, non a caso, si trova a disagio nel grande traffico. Qui bastano cinque minuti di coda per gridare al blocco stradale. A Milano si è abituati a farne quarti d’ora interi a ripetizione». Lei ha vissuto il passaggio dall’idea del vigile urbano, che sostanzialmente regola il traffico e dà le multe, a quella del poliziotto. Com’è avvenuto? «Sì, il vigile aveva tre funzioni essenziali attinenti a viabilità, commercio ed edilizia. Controllava il traffico, le licenze commerciali e svolgeva compiti di polizia edilizia. Era impegnato solo marginalmente sul fronte della sicurezza. Il passaggio al ruolo di polizia locale ci ha trovati, inizialmente, impreparati in quanto privi di una normativa. Poi, grazie a leggi regionali e nazionali, ci si è potuti adeguare ai nuovi compiti». Si è anche affacciata l’emergenza dei vandali, in particolare dei writers. Si poteva arginare prima che dilagasse in città? «Ribadisco che la nostra era un’enclave felice. Il comasco sbarcava alla stazione di Milano-Cadorna e, subito, si rendeva conto di cos’era la metropoli. Di colpo ci ritrovammo anche noi nei guai, sia pure a livello minimale rispetto ad altre realtà, ma proprio per il nostro felice passato quella trasformazione ci sembrò eclatante. Probabilmente una conoscenza del fenomeno che veniva avanti ci avrebbe aiutato a dare risposte anche in termini culturali e non solo di polizia repressiva». Como scelse la strada di creare un nucleo antiwriters all’interno del corpo di polizia locale. «Non fu mai un nucleo antiwriters, ma un nucleo di specificità per i reati che richiese la formazione di agenti a compiti di polizia giudiziaria. Poi esplose il fenomeno dei writers e fummo coinvolti in indagini che assorbirono tutto il nucleo e durarono un anno intero. Riuscimmo a identificare tutti gli imbrattatori. Ci chiesero interviste da tutta Italia. Il Comune di Milano ci interpellò per sapere come avevamo raggiunto quel risultato…». …Il dramma di Rumesh, il ragazzo fuggito, inseguito, fermato e poi ferito gravemente da un colpo di pistola partito da uno degli agenti di quel nucleo speciale, l’ha segnata come uomo? «Ha segnato tutti. Me, il nucleo, il corpo dei vigili. Fu un dramma che servì a far riflettere molti di noi e a farci capire che eravamo entrati in pieno nel sistema della sicurezza e che dovevamo specializzarci». L’avvento delle telecamere e, in particolare, del vigile elettronico è un’altra novità dei suoi anni al comando. È una strada che valuta positivamente? «Sì. Io sono personalmente dispiaciuto per il fatto che siano stati tolti tre semafori cosiddetti “intelligenti”, i quali premiavano gli onesti e davano dispiaceri ai disonesti che passavano con il rosso. La tecnologia ci ha aiutato molto e oggi ci permette di operare anche in ambiti come la Ztl, in via di ampliamento. Abbiamo una carenza di organico drammatica e questo è per me un grande dispiacere. Siamo passati da 138 agenti a meno di 80… Faccio un esempio concreto di cosa ciò significhi. Avevamo i vigili di quartiere e siamo stati costretti a chiudere le delegazioni delle zone periferiche della città. Abbiamo dovuto rinunciare anche al servizio “H 24”, un vero fiore all’occhiello che avevano soltanto Como e Milano». Cosa pensa della svolta delle strisce sempre più blu, avvenuta nell’arco degli ultimi dieci anni: è giusta in una città come Como? «Non ho mai discusso di questa tendenza con la giunta in carica. Lo feci invece con la precedente e suggerii di fermarsi un po’ con il blu e lasciare spazio al bianco, almeno nella prima periferia…». La crisi economica genera fenomeni nuovi e lei ne ha parlato in occasione delle ultime feste del corpo dei vigili: conferma la tendenza a non assicurarsi e la difficoltà a pagare le multe? «La crisi porta con sè anche la difficoltà a sanare il debito con la pubblica amministrazione. Ho sempre invitato i miei uomini a prestare la massima attenzione prima di scrivere il verbale di una multa. La vita non può essere il Codice penale! Occorre usare il buon senso, specialmente di questi tempi, oltre che il Codice». C’è qualcosa che vorrebbe non aver fatto? «Essermi rassegnato ad accettare che Villa Olmo non diventasse la sede superiore regionale della polizia locale. Ci furono resistenze e la spuntò Bergamo». Qualcosa che invece avrebbe voluto fare? «La polizia turistica. È sempre stato il mio sogno: una divisa per il turista, capace di relazionarsi parlando le lingue, approcciandosi in modo non poliziesco. Al comando era già tutto pronto…». Quale messaggio vorrebbe lasciare ai suoi vigili? «Guardate sempre da dove arrivate per vedere dove andate. Il vigile di un tempo non aveva il vostro stipendio ma, quando lo vedevano passare due ragazzini che giocavano al pallone in mezzo alla strada, lo rispettavano. La vostra peculiarità non è quella dei reparti mobili, che arrivano da chissà dove e se ne vanno. È il rapporto con il territorio». Marco Guggiari

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