Il caos fiscale Possibile un passo indietro fino al 5 dicembre prossimo (da.c.) Sono 53 i comuni lariani in cui i cittadini dovranno pagare la cosiddetta mini-Imu, ovvero la quota residua di imposta sulla prima abitazione generata dall’aumento deciso dalle amministrazioni nel 2012 o nel 2013. La mini-Imu sta letteralmente facendo infuriare i sindaci ma rischia anche di mettere in ginocchio l’organizzazione dei centri di assistenza fiscale dei sindacati (Caf), a tal punto “esasperati” da immaginare una forma di protesta collettiva. I Caf hanno deciso in modo unilaterale di svolgere le pratiche dei propri clienti e associati bloccando le tariffe al 15 novembre. In pratica, qualora i Comuni dovessero modificare le aliquote (e per legge, possono farlo fino al 5 dicembre prossimo), i sindacati non ne terranno conto. Una cosa è chiarissima: la tanto annunciata e proclamata abolizione della patrimoniale sulla prima casa non sarà per tutti. In Italia sono quasi 2.400 i comuni in cui la mini-Imu sarà dovuta, 53 – come detto – in provincia di Como. L’elenco è pubblicato nel grafico di questa pagina, dove sono specificate anche le aliquote. Il meccanismo di calcolo è un po’ complesso: lo Stato rimborserà interamente ai Comuni l’Imu sulla prima casa fino allo 0,4% di aliquota. La differenza tra questo 0,4% e la tariffa decisa dai singoli enti locali sarà invece rimborsata soltanto parzialmente. Il 60% arriverà dal bilancio dello Stato, il restante 40% dovrà essere pagato dai cittadini. Un esempio. A Barni, comune con Imu sulla prima casa allo 0,6%, i cittadini dovranno mettere mano al portafogli per coprire lo 0,08% della imposta. In termini assoluti non sono grandi cifre: 13,3 euro ogni 100. Ma chi nel 2012 avesse pagato 500 euro per la prima casa, oggi ne dovrà sborsare 66,5. Non un salasso, è vero, ma pur sempre un balzello che si sarebbe potuto evitare se la politica finanziaria e contabile del Paese fosse stata meno schizofrenica. Senza contare che i sindaci saranno chiamati a spiegare ai propri cittadini il motivo per cui sono richiesti pagamenti che altri cittadini non devono fare. Un fisco a due velocità, insomma, che ovviamente non piace a chi deve pagare e non può piacere nemmeno a chi deve chiedere. In due comuni comaschi – Erba e Grandola ed Uniti – le aliquote Imu sono state innalzate nel 2013. Giancarlo Zanfanti, sindaco del paese della Val Sanagra, ipotizza una retromarcia. «Noi abbiamo aumentato l’Imu sulla prima casa dello 0,05%. A conti fatti è una cifra minima, che avevamo messo a bilancio in via cautelativa. Stiamo facendo alcune verifiche sulla copertura, credo che rinunceremo allo stesso aumento soprattutto per evitare ai cittadini fastidi burocratici». In linea teorica, i Comuni hanno tempo fino al 5 dicembre per modificare le aliquote. «Ripeto, con ogni probabilità rinunceremo a questi pochi soldi – aggiunge Zanfanti – ma il comportamento di governo e Stato è del tutto inaccettabile. Prima ti costringono a chiedere anche gli spiccioli, poi ti obbligano a restituirli». Anche il sindaco di Erba, Marcella Tili, sta valutando se mantenere o meno l’aumento Imu dello 0,03% deciso a maggio di quest’anno. «L’innalzamento delle aliquote era stato conseguente a un ulteriore taglio dei trasferimenti statali. Negli anni scorsi ci siamo imposti molti sacrifici per non tagliare i servizi, ma oltre un certo limite non si può andare, anche per un senso di equità». Se dovesse fare marcia indietro, Erba perderebbe 200mila euro circa, «che si andrebbero ad aggiungere – dice il sindaco – ai 780mila già cancellati nel 2013». Se la città lariana confermasse la nuova tariffa, invece, i cittadini dovrebbero pagare di tasca propria 80mila euro. «Stiamo vedendo se sia possibile coprire con fondi nostri, ma la cosa peggiore che può accadere ai proprietari di prima casa a Erba è che entro il 15 gennaio debbano pagare dai 12 ai 25 euro». La situazione di crisi finanziaria è in ogni caso diffusa in moltissimi Comuni. In tre di essi – Barni, Castelnuovo Bozzente e Figino Serenza – l’Imu sulla prima casa è allo 0,6%, due punti sopra il minimo fissato dalla legge. Nel caso di Barni, si tratta di una scelta obbligata. Per questioni legate a vicende extra-amministrative, il paese del Triangolo Lariano era finito in dissesto finanziario e aveva dovuto alzare le tasse per pagare i debitori. A Figino Serenza, invece, la decisione era stata politica. «Confermata nel 2013 – dice il sindaco, Angelo Orsenigo – anche sulla base della convinzione che sulla prima casa non si dovesse più pagare l’imposta». Ora, le cose sono nuovamente cambiate. E in modo inatteso. Sebbene ancora una volta saranno i sindaci a chiedere e lo Stato a incassare. «La situazione di incertezza per chi amministra è totale, decidere diventa talvolta impossibile», conclude Angelo Orsenigo.
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