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L’emozione del pedale con il comasco Aldo Pifferi

Memorie lariane di Renzo Romano La mia bicicletta è la più bella di Como. Alta, nera, manubrio cromato, freni a bacchetta, gomme con la riga bianca, fanale e fanalino, sella molleggiata, splendida quarantenne senza ritocchi. In giro per Como la guardano tutti ammirati. Le biciclette più moderne, cambio a trentadue rapporti, tre moltipliche, sellino anatomico, sono mortificate dal confronto. Agli occhi degli esteti più raffinati delle due ruote esse rivelano la loro eleganza chiassosa come quei provinciali “indomenicati” che un tempo scendevano in città con il vestito della festa. Un giorno, fermo davanti al Duomo, una turista giapponese l’ha immortalata in una serie di clic e riclic con mio grande disappunto perché mi ero illuso di essere io al centro della sua attenzione. Lei, la mia bicicletta, è in verità di costumi non irreprensibili, o forse facili. Un giorno l’ho vista rispondere impunemente con un battito di fanale all’approccio sfrontato di una vezzosa due ruote da donna con il cambio e il campanello bitonale. Per questa sua passione per le biciclette dell’altro sesso, oltre che per gli appetiti che suscita negli amanti delle bici altrui pronti ad insidiarne le virtù appena la lascio incustodita, la tratto sempre con attenzione e, al più piccolo acciacco – una gomma bucata, un freno che fischia – la porto dal “ciclista” di fiducia. Il “ciclista” è come il medico, il parrucchiere, il confessore. Il mio ciclista di fiducia aveva il negozio in via Milano, dalle parti di San Bartolomeo. Intanto che “aggiustava” la bici rievocava i tempi in cui pedalava a fianco di campioni celebrati e famosi. Aldo Pifferi il suo nome. Un nome che nei “comaschi” di buona memoria solleva ricordi emozionanti. Non era un “fuoriclasse” di quelli il cui nome campeggiava sulle strade del Giro d’Italia; Pifferi era tuttavia un ottimo corridore in un’epoca ricca di grandi campioni del pedale. I suoi compagni di strada erano Jacques Anquetil, occhi di ghiaccio, vincitore di cinque giri di Francia, il cannibale Eddy Merckx, il bravo Vittorio Adorni, il tenace scalatore abruzzese Vito Taccone… In mezzo a tanta virtù, il nostro Pifferi da Orsenigo s’è ritagliato scampoli di gloria. Grazie alle sue doti di “passista veloce” è stato più volte vincitore di corse importanti. L’ho sentito rievocare, o forse ho solo letto sulla “Gazzetta”, la sua bella vittoria a Torino in una tappa del Giro d’Italia del 1965. Da tempi eroici del ciclismo è la cronaca di una sua fuga solitaria di ben centonovanta chilometri in un’altra tappa in cui fu sfortunatamente raggiunto a pochi metri dal traguardo dal gruppo trascinato dal solito incontentabile vorace belga. I più giovani hanno solo una pallida idea delle emozioni che suscitano questi ricordi in coloro che queste imprese hanno vissuto attraverso la voce della radio, o le immagini in bianco e nero dei primi traballanti televisori, o direttamente dai bordi della strada. La via per San Fermo assiepata di tifosi in attesa della carovana rosa, l’ultima salita prima della volata finale sulla pista in cemento dello stadio Sinigaglia… Radio corsa gracchiava i nomi dei campioni che passavano velocissimi, magari in mezzo al gruppo, che neppure li si vedeva. Prevaleva l’emozione, oggi è ricordo. C’ero anch’io: Merckx l’ho visto con i miei occhi e Baldini, Gimondi e anche il nostro Pifferi affiancato ad Adorni. Volete mettere il piacere di sentire queste storie, rievocare questi nomi, raccontare queste vicende da chi queste imprese le ha vissute pedalando, arrancando, soffrendo a fianco di tali campioni? Ogni volta che la mia bici si guastava facevo un viaggio nel tempo, finché un bel giorno quel “ciclista” di via Milano ha chiuso. In verità, con molta fatica, ho trovato un altro “ciclista”. Certamente bravo nelle riparazioni ma, ahimé, pur professionale e gentile, tuttavia incapace di suscitare ricordi ed emozioni. Anche la mia bicicletta sembra essersi accorta di questa freddezza. Un giorno l’ho portata dal mio nuovo ciclista per cambiare le gomme. S’è guardata attorno, neppure s’è accorta di una fiammante bicicletta da donna in bella vista che in altri tempi avrebbe subito abbordato… Io, invece, sono tentato da una gigantografia sulla vetrina che immortala lo storico discusso scambio di borraccia tra il campionissimo Fausto Coppi e Ginettaccio Bartali al Tour de France. Un giorno, tenendo a bada la mia anima bartaliana, chiederò al mio ciclista se sia stato Bartali a dare la borraccia d’acqua a Coppi o invece Coppi a Bartali… Se sarò soddisfatto della sua risposta bene, altrimenti cercherò un altro ciclista…

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