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Cinquant’anni fa vinse 5 milioni: «Così i miei pagarono la casa»

La bambina di allora ricorda il colpo di fortuna che fruttò una pioggia di gettoni d’oro Anna Maria Schiraldi era una bambina di otto anni quando, il 23 aprile 1963, la sua famiglia vinse cinque milioni di vecchie lire messi in palio da Telefunken nel concorso a premi denominato “Quadrifoglio d’Oro”. L’Italia era sulla scia del miracolo economico, guardava con fiducia al futuro e tanti erano impegnati con il loro lavoro a costruire migliori condizioni di vita. Quel 1963 fu un anno importante: morì “il Papa buono”, Giovanni XXIII, e gli succedette Paolo VI. A Dallas fu assassinato il presidente della “Nuova frontiera”, John Kennedy. Nel nostro Paese, il 28 aprile, si tennero le elezioni politiche. Giovanni Leone prese il posto di Amintore Fanfani alla guida del governo, ma in dicembre Aldo Moro formò il primo esecutivo di centrosinistra con ministri socialisti. Il paese di Longarone, nel Bellunese, fu distrutto nella tragedia della diga del Vajont. Anna Maria era figlia unica, abitava ad Albate con i genitori, una coppia di maestri della locale scuola elementare. «Nacqui vicino alla chiesa, in una vecchia casa di ringhiera che aveva i servizi sul ballatoio esterno», ricorda oggi. È passato mezzo secolo da quella data in cui la fortuna bussò alla porta. E che fortuna: lo stipendio medio dell’epoca era di 60mila lire al mese. Trovarsi di colpo con cinque milioni significava fare improvvisamente i conti con un gruzzolo quasi cento volte più corposo. Il quotidiano “La Stampa” diede conto dell’evento con un articolo e con una fotografia della famiglia Schiraldi davanti alla tv. Ne parliamo in questo anniversario tondo. La signora Anna Maria è sposata, mamma di quattro figli e nonna di altrettanti nipotini. Anche lei ha scelto la tradizione di famiglia. Ha studiato, ha fatto l’insegnante e oggi è volontaria del consultorio “La Famiglia” di Como. Albate è cambiata, ma è rimasta un paese. Dietro la chiesa c’è ancora un po’ di campagna, c’è il verde che tanta parte della città non conosce più, ci sono villette con orti coltivati. Ci incontriamo nella bella casa che era in costruzione proprio all’epoca della vincita e che nel tempo ha subito diverse trasformazioni. Signora Schiraldi, come si arrivò al concorso? «In modo del tutto casuale. A Natale i miei genitori avevano acquistato un televisore, il primo che entrava in casa nostra. Dopo qualche mese il rivenditore, Giancarlo Caspani, poi assessore comunale, un amico albatese dei miei, venne a trovarci. Tra le mani aveva la scheda del concorso. Disse a mio padre: “Maestro, scrivi i numeri?”». In realtà quei numeri vincenti – 6439 – furono scritti da lei. «Mio padre li chiese a me e io li dissi in rapida sequenza, senza nemmeno pensarci: ero una bambina di otto anni». Come sapeste di aver vinto? «Venne di nuovo Giancarlo Caspani, che come rivenditore ne era già informato; poi arrivò una raccomandata. In seguito giunse anche un funzionario della Telefunken che ci consegnò il simbolico gettone d’oro (la signora Anna Maria lo mostra, ndr)». Cosa ricorda di quei giorni? Qualcuno vi chiese denaro? «Ricordo l’emozione, la gioia di quel momento, ma nulla sopra le righe. Il nostro modo di vivere non cambiò. Conservo memoria di grande sobrietà della mia infanzia. Di sera la nostra cena era un semplice caffelatte… Ricordo che per mesi arrivarono lettere di persone che chiedevano aiuto, anche di detenuti delle carceri. Noi non avevamo il telefono, quindi erano messaggi scritti e spediti via posta». Come usarono quei soldi i suoi genitori? «Devo precisare che la vincita era in gettoni d’oro (la signora Schiraldi mostra l’unico tenuto in ricordo con l’incisione di un quadrifoglio, ndr). Proprio in quel periodo i miei genitori stavano costruendo questa casa che costava cinque milioni di lire. Erano arrivati al tetto, come si suol dire “al rustico”, senza finiture. Avevano debiti da pagare con le imprese che avevano lavorato. Quella vincita fu davvero provvidenziale perché permise loro di onorare prima del previsto i pagamenti dovuti, consegnando in gettoni d’oro l’equivalente delle prestazioni ricevute. Mia mamma mi disse che riuscirono anche a fare la recinzione di ferro e ad acquistare una lavatrice». Le è capitato di vincere ancora qualcosa nella sua vita? «Non ho mai giocato, non era nella filosofia della mia famiglia. Siamo abituati a usare ciò che si guadagna con il lavoro. Oggi assistiamo spesso alla dipendenza dal gioco che produce l’effetto di dissolvere tante famiglie. Solo una volta, sempre da bambina, partecipai a una lotteria scolastica. Frequentavo la quinta elementare e mi capitò di vincere un servizio di piatti…». Marco Guggiari

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