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«La magìa del palcoscenico svela l’autenticità dell’uomo»

Miriana Ronchetti racconta una passione nata da bambina Miriana Ronchetti fa corsi di teatro per tutti. Per i bambini e per gli adulti, in inglese, per gli avvocati che vogliono migliorare l’arte oratoria. Negli ultimi vent’anni ha prodotto quarantacinque spettacoli. Ha fondato la compagnia “Orizzonti Inclinati” ed è la persona giusta, data la sua esperienza e il cuore che mette in ciò che realizza, per parlare di quest’arte alla vigilia della Giornata Mondiale del Teatro istituita a Vienna nel 1961 e che si celebra domani. Come nasce la sua passione per il teatro? «Da bambina. Mio papà lavorava in Comune a Como e amava scrivere poesie. Calcolava le lune e mi portava a vedere i tramonti in Cardina. Lì facevamo il gioco più bello: raccontare una storia. Poi iniziai a organizzare spettacoli a casa, invitando dalla finestra i viandanti. Fuori c’era un sedile di pietra. Io stavo lì per ore a osservare le persone. Mi emozionava immedesimarmi nelle loro vite; ridevo o piangevo, per tutti provavo compassione. Poi ho iniziato a scrivere le mie commedie, la prima all’età di tredici anni (a oggi, quelle registrate sono 88, ndr)». Può indicare tre caratteristiche che riconosce nel teatro? «Sono tutte riconducibili alla poliedricità dell’essere umano. Io sono solita fare questa proporzione: l’uomo sta nel mondo come l’attore sta sul palcoscenico. Allora, per rispondere alla domanda, direi che nel teatro c’è tanta creatività; che questa attività implica saper parlare bene, perché l’attore fa vivere la parola; che il teatro dà emozioni. I greci che cosa facevano? A teatro devi ridere o piangere». Lei lavora attraverso il teatro con diverse categorie di persone. La recitazione e le tecniche teatrali hanno davvero una funzione anche terapeutica? «Prima di dare un copione, io dico sempre ai miei allievi: “Mettiamoci davanti al pubblico, non importa quanto numeroso, e soffermiamoci sull’ansia che proviamo, sull’emozione che questo comporta?”. Con il teatro le persone hanno la possibilità di imparare a “sentirsi”, di smettere di fare tutto in automatismo senza percepire veramente le parti del corpo che si muovono, di rallentare la visione delle cose. Io cerco di trasmettere la necessità di questa consapevolezza per tutto ciò che ruota attorno ai cinque sensi. E basta una matita, da toccare a occhi chiusi, per allenare i sensi, per ricordare ciò che abbiamo dentro di noi. È come sollevare i coperchi delle pentole». Qual è la magia che si prova sul palcoscenico? «Credo che consista proprio nel fatto che lì, in quel luogo appunto magico, possiamo dilatare il tempo e vivere interiormente la vera vita che appartiene all’uomo. Perché lì tutto è, in un certo senso, premeditato. Quindi, ogni minimo sentire è scandagliato ed è scandito come lo è il movimento della lancetta di un orologio che va a rilento. E se sai attirare l’attenzione del pubblico anche solo su una pausa, è come se il tempo si fermasse. Una pausa, nel silenzio, crea un contatto». Può raccontare un aneddoto legato alla sua attività? «Dopo aver rappresentato al “Nuovo” di Rebbio, nel 1995, “Artisti del ’900 a teatro”, presenti gli anziani della Ca’ d’Industria, finito lo spettacolo si alzarono tra il pubblico due persone in età avanzata che gridarono entusiasti: “Bravi! Da Oscar!”. Mi misi a piangere: eravamo riusciti a trasmettere ciò che volevamo». Ha un sogno nel cassetto? «Mi piacerebbe avere un piccolo palcoscenico. Potrei perfino viverci dentro. Anche se forse, a ben vedere, mi piacerebbe di più disporre di un’agorà, di uno spazio all’aperto, per vivere il teatro in maniera totalmente libera. E, poi, aggiungo: come sarebbe bella un’unione tra tutti gli artisti, con la collaborazione collegiale delle associazioni locali che si occupano di teatro». Marco Guggiari

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