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Sequestrato dai guerriglieri islamici e prigioniero per sei mesi nella giungla

Parla padre Beppe Pierantoni, oggi impegnato nella Casa Incontri Cristiani di Capiago Intimiano Padre Beppe Pierantoni parla pacatamente. Il lieve accento bolognese arrotonda ancora di più il suo dire. Sentirlo trasmette un’impressione di grande serenità. A questo religioso dehoniano, oggi 53enne, è toccata in sorte un’esperienza estrema. Per sei mesi, mentre svolgeva la sua missione nelle Filippine, è stato prigioniero dei guerriglieri fondamentalisti islamici nella giungla. Il fatto è accaduto nel 2001. Padre Pierantoni si trovava nell’Isola di Mindanao da quasi dieci anni e non era soddisfatto di come andavano le cose. Nel libro in cui racconta la vicenda che l’ha visto, suo malgrado, protagonista (“Con Dio e con i guerriglieri islamici”, Edb – euro 11,80) scrive di aver chiesto a Dio un segno che desse un senso della sua presenza in Estremo Oriente entro l’11 dicembre 2001, giorno del decennale di permanenza nell’area. E il 17 ottobre di quello stesso anno, mentre si trovava in casa e si accingeva a cucinare, un gruppo di ribelli lo ha rapito per ottenere un riscatto in denaro e poter acquistare armi. Padre Beppe, oggi impegnato nella Casa Incontri Cristiani di Capiago Intimiano anche come animatore missionario, mostra su una cartina il percorso del viaggio sul mare, durato una decina di ore, a bordo di una precaria canoa. I suoi sequestratori l’avevano prima costretto a correre a perdifiato su terreni boschivi, impervi e sconnessi. Il religioso, nel convulso tragitto, aveva perso i sandali ed era stato costretto a proseguire a piedi nudi fino al mare. Contrastanti i suoi sentimenti: paura, timore che altre persone restassero vittime dell’azione violenta, rabbia, desiderio di impossessarsi di un’arma e di fuggire, docile acquiescenza ai carcerieri. Il commando, tra l’altro, era entrato in azione nei giorni in cui padre Pierantoni e la locale comunità cristiana erano addolorati per lo stupro subito da una collaboratrice della parrocchia. Alla fine, il religioso italiano ha convissuto con i rapitori, al punto da definirsi un po’ loro “cappellano”. I carcerieri gli hanno lasciato soltanto le chiavi del convento, agganciate a un portachiavi con impressa un’immagine di San Giuseppe e di Gesù che lavorano nella falegnameria. In quel periodo di stenti e di sorte incerta, dice di aver trovato consolazione nella fede, ma anche nella bellezza della natura. E che emozione quando, nella giungla, via radio, gli è giunta inattesa la voce della sorella Cristina, che parlava in inglese: «È stata la fantasia di Dio sul transistor acceso», dice oggi. Padre Beppe, in questi anni si è confermata in lei la convinzione che quel sequestro sia stato un “segno”? «Sì, è stata una risposta alla mia preghiera, che era un grido angoscioso perché Dio mi tirasse fuori dalla situazione insoddisfacente in cui mi trovavo. Nel contesto del rapimento ho avuto la possibilità di capire che lo Spirito mi voleva portare in quella condizione di povertà e di essere indifeso, perché egli potesse agire. Finalmente mi esponevo alla Grazia di Dio, perché fino a quando abbiamo garanzie, noi, in realtà, non abbiamo bisogno di Dio. Quando siamo poveri, invece, diventiamo ricchi della Provvidenza e, paradossalmente, più contenti». In queste settimane assistiamo a persecuzioni ed eccidi di cristiani in Iraq, in Medio Oriente, in Pakistan. Come li vive lei che ha in parte provato questo sulla sua pelle? «Con molta sofferenza, perché confermano che in questo mondo si segue sempre la strada del conflitto e della persecuzione del diverso, in questo caso il cristiano. Poi le vivo anche con una certa invidia. Non che io cerchi guai, ma so per esperienza che in certe situazioni ci si ritrova più vicini a Dio. Ieri ho visto il film “Uomini di Dio”. Mi è piaciuto e mi ha anche fatto molto pensare vedere questi monaci solidali con la gente sino alla fine. Invece qui respiro tiepidezza, io per primo vivo la logica di preservarmi da impegni eccessivi… Siamo tutti più “comprati”». Lei ha vissuto la mancanza di libertà, di riposo, di cibo, di igiene e pulizia, di privacy, di prospettiva… Qual è la privazione di cui si soffre maggiormente durante una prigionia come la sua? «Forse la comunicazione facile e immediata con amici e persone omogenee alla propria cultura e sensibilità. Durante il sequestro ero invece del tutto immerso in una situazione completamente diversa. Devo però aggiungere che, alla lunga, la privazione è diventata una libertà. Non avevo messa, Bibbia, breviario. La presenza di Dio è diventata più discreta. Sono stato costretto a dialogare con i miei rapitori. Se mi fossi chiuso in me stesso per rivendicare diritti mi sarei suicidato di amarezza. In tutto questo non c’è niente di virtuoso: ciò che è cresciuto in me è stato veicolato dagli avvenimenti. È questa verità dell’esperienza il dono di Dio». Anche oggi si sente di dire, come ha scritto nel libro, che qualcosa unisce il Cristianesimo e l’Islam? «Non certo Cristianesimo e fondamentalismo islamico, ma Cristianesimo e Islam sì. Sembrerà strano, ma mentre ero nelle mani dei miei sequestratori, per quanto riguarda la fede, mi sono sentito a casa. Anche loro credevano in ciò che non vedevano. Un ragazzo di quel gruppo mi ha detto: “Non creda che noi abbiamo paura di morire. Prima o poi bisogna morire. Abbiamo paura di andare contro Allah”. Erano consapevoli che i risultati della loro lotta li vedranno, forse, i loro nipoti. È un atto di fede. È la loro fede, la loro lotta, anche se molto discutibile». Come sono cambiate, da allora, la sua vita e la sua missione sacerdotale? «La mia missione è diventata accogliere gli altri con molta più libertà di amore. Subito dopo la liberazione avevo un solo sentimento: la gratitudine per Dio, per chi mi voleva bene, per i miei nemici. Noi uomini siamo maldestri e io non sono riuscito a conservare tutto. Ma anche adesso so che cosa cerco». Cosa desidera oggi? «Poter essere utile a qualcuno attraverso il mio ministero, perché anch’egli giunga a una riconciliazione profonda». Marco Guggiari

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