Mussolini e Claretta. La verità viene a galla Stampa E-mail
Sabato 09 Giugno 2012
Storia contemporanea - Franco Servello e Luciano Garibaldi ospiti di Etv con la riedizione del loro saggio
Le ultime ore vissute sul Lario da Benito Mussolini e dalla sua amante, Claretta Petacci, tornano a far discutere gli storici e gli studiosi delle vicende dell’Italia del Ventesimo secolo.
Ne hanno parlato nel corso di una approfondita intervista andata in onda in diretta sull’emittente Espansione Tv, giovedì sera, Franco Servello e Luciano Garibaldi, autori del libro Perché uccisero Mussolini e Claretta. La verità negli archivi del PCI, giunto alla seconda edizione per i tipi di Rubbettino di Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro.
I due autori hanno chiamato in causa i responsabili della catena di delitti che macchiarono di sangue il territorio comasco nei giorni che seguirono alla Liberazione.
Servello e Garibaldi hanno scritto questo libro senza intenti polemici, ma solo con l’intenzione di chiarire i misteri della pagina più oscura della recente storia d’Italia: la pagina che ha dato origine alla Repubblica nella quale ancora viviamo e che tiene desta l’attenzione degli storici da oltre sessant’anni, con una serie di ipotesi spesso in conflitto tra loro e una ridda di testimonianze e dossier che si sono susseguiti nel corso del tempo.
I delitti ebbero inizio, secondo la ricostruzione compiuta nel loro volume da Servello e da Garibaldi - l’uno politico di professione nell’area del centrodestra e l’altro giornalista e storico di lungo corso - con la soppressione di Luigi Canali, ossia del «capitano Neri», e di Giuseppina Tuissi, ossia la partigiana «Gianna», che si erano opposti al furto dell’«oro di Dongo» da parte del loro partito, e proseguirono con l’assassinio di compagni, parenti e amici che troppo sapevano o che troppo volevano sapere.
Ma conosciamo più da vicino i due autori del libro: Servello è giornalista e scrittore ed è stato parlamentare (prima deputato, poi senatore) per undici legislature dopo avere assunto la direzione del «Meridiano d’Italia» all’indomani del 14 marzo 1947, giorno in cui i membri della «Volante Rossa» assassinarono suo zio, Franco De Agazio, fondatore e direttore del coraggioso settimanale che indagava sui misteri di Dongo e di Como. Garibaldi da parte sua è autore di vari libri sulla fine del fascismo, tra i quali La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci, edito da Ares.
Come hanno spiegato nel corso della trasmissione televisiva a Espansione, gli autori hanno rintracciato, presso l’Archivio Storico del Tribunale Supremo Militare, documenti inediti che provano le manovre poste in atto per neutralizzare l’indagine del Generale Leone Zingales, che stava per giungere alla verità sulla scomparsa del tesoro di Dongo e sulla catena di omicidi che ne era seguìta.
Le carte secondo Servello e Garibaldi «sono la dimostrazione degli accordi sotterranei tra il neo-governo democristiano presieduto da Alcide De Gasperi e il Pci di Togliatti e Longo per porre una pietra tombale sugli inconfessabili segreti di Dongo».
Un altro eloquente documento portato alla luce dal libro edito da Rubbettino è il rapporto al ministro dell’Interno redatto dall’Ispettore Generale di Pubblica Sicurezza Ciro Verdiani, che aveva ricostruito il furto, ad opera di funzionari del Pci, di ingenti valori tutti di spettanza dello Stato.
Già in data 25 dicembre 1945, ossia soltanto otto mesi dopo la «great robbery», la grande rapina di Dongo, Ciro Verdiani scriveva che il tesoro di Dongo era sicuramente finito nelle mani del Pci di Como e poi di Milano, e che lo stesso Pci stava operando per nascondere e sottrarre alla legge gli autori della rapina e degli omicidi che ad essa avevano fatto seguito.
«Dall’uscita nelle librerie della prima edizione - si legge sul sito Internet di Servello - sono passati ormai quasi due anni, senza che l’autorità giudiziaria abbia ritenuto di riaprire le indagini su gravissimi reati, come appunto l'assassinio premeditato di tante persone innocenti, per i quali non vige alcuna prescrizione».
«Se fino a ieri, sulla catena di delitti che caratterizzò il dopo Dongo non era stata fatta né giustizia né chiarezza, oggi si può affermare che chiarezza è stata finalmente fatta», hanno rimarcato su Etv i due autori. «Non ancora, però, giustizia - hanno aggiunto - in quanto, se è comprensibile considerare “atto di guerra” - come ha sentenziato il Gip di Como – l’uccisione di Mussolini e dei gerarchi (assai meno, però, quella di Claretta Petacci), sarebbe pura follia definire “atto di guerra” l’assassinio di “Neri”, della “Gianna” e di quanti furono costretti a seguire la loro sorte».
 

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