Tutte le sfide che attendono l’Italia Stampa E-mail
Domenica 09 Ottobre 2011
Storia ed economia - Piero Ostellino del “Corriere della Sera”, ospite martedì all’istituto Carducci di Como, fa un’analisi spietata della crisi di cui soffre il Paese
Il “Salotto letterario” dell’istituto Giosue Carducci di viale Cavallotti 7 perpetua una antica tradizione di colloqui con grandi personalità della cultura. Martedì alle 18 sarà la volta di un noto giornalista come Piero Ostellino, editorialista del “Corriere della Sera” (di cui è stato direttore nel periodo 1984-1987) che parlerà sul tema “L’Italia di fronte alle sfide del XXI secolo”.
Una disamina spietata, quella di Ostellino, sul presente e sul futuro dell’Italia. Ostellino, cosa deve fare il Paese per vincere la crisi?
«Chiudere con il XX secolo e con il suo spirito, per molti aspetti è ancora operante».
Perché?
«Il ’900 è stato il secolo del trionfo del comunismo, dalla rivoluzione bolscevica del ’17 all’instaurazione dei regimi votati al rifiuto del mercato. Nell’Europa occidentale e in particolare in Italia ha prevalso la versione “democratica” del “costruttivismo” imperante a Est. Cioè sono state adottate politiche economiche, sociali e istituzionali che in qualche modo condannavano anch’esse capitalismo e mercato ma non fino al punto da cancellarlo».
Con quali risultati?
«Nefasti. L’aumento della spesa pubblica, il finanziamento in deficit dello sviluppo e del welfare, l’invasione dello Stato nella società civile. Ci si è convinti che questa ricetta sarebbe stata l’ideale per risolvere i problemi. Anche oggi di fronte alla crisi economica indichiamo la stessa strada. Ma guardiamo ai risultati: nei Paesi del “costruttivismo democratico” la disoccupazione ha raggiunto 100 milioni di persone, alcuni degli Stati sono sull’orlo della bancarotta, la spesa pubblica ha raggiunto livelli intollerabili e così la tassazione per farvi fronte. E il welfare costa troppo per quello che rende. Si pensava che quel tipo di politiche creasse sviluppo e occupazione. È accaduto esattamente l’opposto».
Un disastro.
«Siamo di fronte a una sfida enorme, e non solo in Italia ma in tutta Europa con l’eccezione virtuosa di Germania e gran parte dell’Inghilterra. Siamo di fronte a una crisi culturale, “di sistema”».
Per uscirne, che cosa fare?
«Bisogna tornare a una società civile più aperta e liberale nel senso autentico del termine. In Italia non accade, perché ad esempio sul fronte economico ci si basa su una contraddizione clamorosa: nella Costituzione, copiata da quelle totalitarie del XX secolo, è sancito il “diritto” al lavoro. Ma in un sistema capitalistico e di mercato il lavoro è non un diritto ma una merce. Lo sosteneva anche il vecchio Karl Marx. Così si finisce col dare al capitalismo responsabilità che non ha. Oggi si dice che è il mercato che ha fatto indebitare gli americani creando la bolla speculativa da cui è sorta l’attuale crisi. Ma il mercato è solo un sistema di opportunità».
Cosa frena di più?
«Non siamo in grado di mettere in atto una svolta in direzione del liberalismo perché chi sta al governo e chi sta all’opposizione ha una cultura autoritaria o peggio ancora totalitaria. E poi non siamo ancora usciti non solo dal ’900 ma anche dalla guerra civile. Si presumeva che con il ’45 fosse finita, ci siamo illusi e invece continua. Non più tra fascisti e antifascisti ma tra una maggioranza antiliberale e una minoranza esigua di liberali, che minoritari in Italia sono sempre stati. Sono tare che il Paese si porta appresso da molto lontano. E che hanno prodotto l’accumulazione del nostro debito».
In area insubrica si discute molto in questo periodo di eventuali annessioni al Canton Ticino del Nord Italia. Può essere una soluzione praticabile?
«Gli svizzeri rimangano svizzeri, vivono nella più antica democrazia europea, che funziona e che ha ad esempio un sistema fiscale adeguato ma non oppressivo. Perché mai dovrebbero portarsi in casa un ospite scomodo come gli italiani? Il problema è che a 150 anni dall’Unità rimaniamo come Stato un corpus gigantesco, invasivo, oppressivo, inefficiente ed eccessivamente burocratico. E quindi fondamentalmente corrotto».
Colpa degli italiani o di chi li governa?
«L’establishment culturale, economico, politico e finanziario è fermo al ’900, abbiamo la peggiore classe culturale del mondo, in cui spiccano in negativo gli intellettuali fermi al “new deal” rooseveltiano. Che fu una panacea per gli Usa ma che arrestò la crisi del ’29 precipitando il Paese in una guerra, combinando più guai che sviluppo».
Invertire la rotta si può. Lei propone riforme radicali.
«Sì, se diciamo basta allo statalismo e al dirigismo. Siamo sovraccaricati da una società fortemente corporativa, un’eredità che ci arriva dal Medioevo. Dobbiamo quindi rivedere la nostra struttura sociale: oggi chiunque governi si muove come mediatore tra le corporazioni, senza capacità di direzione politica. È la strada per la bancarotta sicura. Servirebbe invece una società aperta all’innovazione, allo sviluppo, ai giovani, e non fatta di monadi l’una chiusa all’altra».
Sempre colpa del ’900?
«L’Italia è entrata in crisi alla fine del ’500, quando i comuni hanno collassato e le corporazioni hanno avuto la meglio. Alla faccia del nostro Rinascimento che è stato l’epoca più straordinaria che ci sia stata al mondo. Con l’Unità si cercò di risolvere questi difetti con la destra storica dei Quintino Sella e degli eredi di Cavour, ma nel 1878 solo 17 anni dopo l’unità, subentrata la sinistra liberale, si ebbe già il primo deficit di bilancio. La nostra crisi ha radici antiche».
In tutto questo sfacelo, gli italiani avranno pure una qualità.
«Sì. La capacità di alzarsi al mattino, andare a lavorare e tornare a casa la sera, anche se si è lavorato almeno per 6 mesi solo per il fisco. Eppure, sanno farlo senza fiatare. E ingegnandosi comunque per creare nuove imprese e industrie».

Lorenzo Morandotti

Nella foto:
L’editorialista del “Corriere della Sera” Piero Ostellino
 

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