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Risponde Agostino Clerici
L’ottantenne con il femore rotto, lasciato per sei ore su una barella al pronto soccorso del Sant’Anna prima di essere ricoverato, può stare tranquillo. La sua vicenda - nonostante le pubbliche scuse dell’ospedale - potrà ripetersi in futuro anche per altri casi. Lo dicono dalla stessa megastruttura di San Fermo della Battaglia, nuova di zecca ma, in questo caso, “sottodimensionata”. Troppi 70.000 interventi in un anno nel reparto, molti dei quali non dovrebbero essere fatti, perché la gente si rivolge al pronto soccorso senza reali necessità, anche perché ormai questa è diventata la prassi, forse anche per la difficoltà dei medici di base di fare visite a domicilio o troppo spesso “irreperibili”. Ne prendiamo atto, ma ciò che mi sconvolge è una sorta di rassegnazione di fronte a un fatto che non deve più assolutamente ripetersi (e dire che ciò succede da sempre anche in altri ospedali è pazzesco). È mai possibile che non si possa prevenire e curare la prassi di recarsi al pronto soccorso soltanto per un mal di testa?
Al di là dello sconcerto per la vicenda dell’ottantenne con femore rotto in “lento soccorso” (come ha titolato il “Corriere di Como” qualche giorno fa), il problema – destinato a ripresentarsi – è complesso. Non bastano a rispondere né lo sdegno né l’accertamento di responsabilità. Direi che è un problema di cultura dell’emergenza, che nel campo sanitario manifesta in modo ancora più evidente le sue contraddizioni. Non v’è alcun dubbio che negli ultimi anni si siano fatti innumerevoli passi avanti nella direzione di un servizio sanitario più efficiente, ma paradossalmente è aumentata in misura esponenziale anche la percezione del rischio. Qualche decennio fa un piccolo incidente domestico non provocava grande apprensione e veniva risolto nel bagno di casa con una spruzzata di acqua ossigenata ed un cerotto. Se proprio ci si accorgeva che c’era bisogno di un dottore, il medico di riferimento era quello del paese: bastava andare in ambulatorio, o chiamarlo al telefono e veniva in casa a fare la medicazione. Il Pronto Soccorso era il luogo estremo, per casi particolarmente gravi. Poi, qualcosa è cambiato, e si sono susseguite nel tempo più (ri)organizzazioni territoriali del servizio sanitario. Non sempre, però, la moltiplicazione delle persone e degli sportelli ha coinciso con un miglioramento effettivo del servizio puntuale (quello, cioè, percepito dal singolo cittadino). Ed una delle cause è indubbiamente da ricercarsi nell’aumento delle informazioni, delle attese e delle “pretese”: l’acqua ossigenata non va più bene; di cerotti ce ne sono di cento tipi diversi, uno per ogni ferita; mentre il medico del paese non è più uno solo, ma non è nemmeno sempre reperibile e spesso ad una chiamata d’emergenza risponde una segreteria telefonica. Ecco, allora, scattare la corsa al Pronto Soccorso, con l’illusione (e la pretesa) che lì ci sia qualcuno pronto (anzi, tenuto) a darti un soccorso pronto e veloce. Non è quasi mai così: spesso la sala d’attesa è colma di persone che hanno tutte bisogno di essere rassicurate, ma forse avrebbero potuto esserlo in altro modo e in altro posto, perché di fatto non hanno tutte la necessità di un intervento sanitario ospedaliero, ma non lo sanno. E, nel mondo del “tutto dovuto”, chi si permette di sanzionare il limite del diritto dell’individuo al pronto soccorso? Il vero problema è appunto culturale. Oggi miriadi di informazioni sanitarie circolano sulla Rete, alcune approssimate, altre con una precisione persino maniacale. Ma non è come nel calcio, in cui tutti ci crediamo commissari tecnici della Nazionale e stiliamo la nostra formazione. No, nel caso della salute, il moltiplicarsi delle informazioni ha prodotto una maggiore insicurezza, una più grande confusione, e non sappiamo? chi mandare in campo. Il famoso “bugiardino” contenuto nelle scatole di medicinali, con la sua dose di “terrorismo”, è come amplificato dai siti di informazione medica, che diventano così fonte di ansia e di smarrimento. “A chi devo credere? A questo a o quello? E se poi è proprio il mio caso?”, si domanda il paziente. Non essendoci quasi mai a portata di mano il tuo medico a risponderti, si va? al Pronto Soccorso. Non sono un esperto di organizzazione sanitaria del territorio, e mi permetto solo di fare umilmente una riflessione. Ricordo che negli anni ’60, il medico condotto del mio paese (era uno solo e aveva quattromila pazienti), quando, bambino, ero malato, veniva a trovarmi la mattina molto presto a casa, anche più volte nella settimana, mi misurava la febbre, aggiornava la cura, ma soprattutto rassicurava mia madre circa la mia salute. Oggi c’è il pediatra, ma sta dietro una scrivania, visita i bambini per telefono, dà un appuntamento in ambulatorio e le mamme ve li devono portare anche con il febbrone. Forse questo corrisponde ad una migliore organizzazione dei servizi e tutela anche i diritti della classe medica, ma non rassicura affatto la gente e non risponde al diritto-dovere di un rapporto più umano tra medico e paziente. La progressiva e abnorme ospedalizzazione, cioè, non va nella direzione di una più soddisfacente umanizzazione del dialogo sulla salute, avvertito oggi come tra i più importanti della vita. Come prevenire? Non lo so. Forse, senza perdere l’indubbio guadagno scientifico della medicina, occorre applicarsi di più nell’arte della cura delle persone. Forse anche noi, normali cittadini, dobbiamo diventare meno apprensivi e accampare meno pretese. Forse ci sono mestieri, come il medico, in cui è necessario “essere” prima che “fare”.
Giovanni Brancati
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