Lo Gatto: «Presi la funicolare e fu così che scelsi Como» Stampa E-mail
Martedì 04 Ottobre 2011
L’ex procuratore capo, in pensione da dieci anni, racconta la sua avventura da magistrato
È in pensione da fine settembre 2001 e da allora può finalmente coltivare la grande passione che nutre per la storia. Al centro dei suoi interessi ci sono le vicende che datano dalla Rivoluzione Francese in poi.
Napoletano verace, 81 anni ben portati, per 37 è stato in magistratura quasi sempre sul Lario, con la parentesi di un triennio a Busto Arsizio, chiudendo da procuratore capo di Como.
Chiacchieriamo amabilmente nel salotto di casa sua, a pochi passi dal centro storico cittadino, davanti a un caffè fumante.
Giovanni Lo Gatto, pipa spenta tra i denti, risponde a tutte le domande con semplicità e con la saggezza dell’esperienza.
Dottor Lo Gatto, lei arrivò a Como nel 1964. Cosa ricorda di quel giorno?

«Ricordo i giorni precedenti. Pretore a Intra, non ero mai stato a Como. Venni in città, presi la funicolare, vidi il paesaggio che si godeva da lassù e mangiai benissimo. Potevo scegliere la mia nuova sede e fu così che decisi. Allora il procuratore capo era il dottor De Simone, un vero gentiluomo del Sud. Non c’era ancora il terrorismo. I rapporti umani erano migliori, anche tra magistrati e avvocati. Facevamo tutti assieme tornei di scopone e grandi cene. Oggi ci sono giovani molto preparati, ma più aggressivi...».
Come si acquisisce la capacità investigativa che fa parte del bagaglio di un pm?
«All’inizio è importante affidarsi alla polizia giudiziaria, applicare sul campo le regole che servono per impostare un’indagine».
Come si sentì da procuratore capo?
«Onestamente, io ricordo con maggior piacere gli anni in cui sono stato sostituto procuratore o pretore. L’ufficio direttivo comporta tali e tanti adempimenti amministrativi che mi sentivo un burocrate. Io non ho mai pensato di essere un’autorità per via di quell’incarico. Sta di fatto, però, che sono stato costretto a interessarmi di tante cose che mi distoglievano dal tipico lavoro giudiziario».
Quando si congedò dalla magistratura, lei parlò della corruzione, “malcostume non sconfitto”. Fu purtroppo buon profeta...
«...Il difetto principale di oggi è l’indifferenza. Anche le persone per bene hanno perso la capacità di indignarsi. Non ci meravigliamo più di niente. Poi, vorrei dire che è grave il tentativo di delegittimare la magistratura in quanto tale, mentre è giusto che il singolo magistrato possa essere criticato anche ferocemente. Una sentenza definitiva, passata in giudicato, non si discute, nel senso che è la verità ufficiale. Il nostro ordinamento prevede che nessuno sia colpevole fino ad allora e, pertanto, non deve patire sanzioni anticipate connesse al reato che si ipotizza, quali il carcere preventivo, o la perdita del lavoro. Detto questo, una sentenza di primo grado, però, non è acqua fresca e dovrebbe imporre determinate cautele».
Lei ha vissuto gli anni del terrorismo. Com’era la situazione a Como?
«Qui abbiamo vissuto soprattutto il terrorismo rosso, all’affacciarsi del quale la mia prima reazione fu di incredulità. Mi sembrava un disegno politicamente folle. Purtroppo dovetti ricredermi. Sul piano pratico, a livello locale non registrammo grandi fenomeni, a parte il caso del povero brigadiere Luigi Carluccio, ucciso mentre disinnescava una bomba. C’era passaggio di armi dalla Svizzera, questo sì. Io rimasi impressionato quando in dogana venne fermato un giovane proprio con un carico di armi nel bagagliaio dell’auto. A processo, in udienza, salutò con il pugno chiuso insultando tutti. Ne fui scioccato».
Sul piano della sicurezza personale come affrontò quel periodo?
«Non mi sono mai preoccupato, forse perché non mi sentivo nel mirino. In fondo al cuore pensavo di essere una persona per bene e che non mi potesse capitare niente. Andavo in ufficio a piedi. Il procuratore capo, Del Franco, voleva darmi un’auto blindata. Forse ero incosciente, ma dissi di no».
L’altro grande periodo da lei vissuto fu quello dei sequestri di persona.
«E il problema era la difficoltà di prevenirli. L’episodio più truce, che tutti ricordano, fu quello della povera Cristina Mazzotti, uccisa e gettata in una discarica».
Lei crede nella funzione del carcere?
«Il carcere immediato, anche se non duraturo, quando è previsto dalla legge, è più efficace di una lunga pena detentiva applicata a distanza di tempo. Un piccolo colpo di frusta può evitare guai peggiori e impedire a taluni di diventare delinquenti incalliti».
Le manca la magistratura?
«In un certo senso sì, ma a una certa età è giusto lasciare. Le forze si affievoliscono e anche sotto il profilo della tensione emotiva è più difficile reggere. Penso alle improvvise chiamate notturne, alle decisioni immediate».

Marco Guggiari

 

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